Miami elimina Boston e Chicago e si prepara a spezzare i sogni dei vecchiacci di Dallas, carichi dello sweep ai danni dei campioni in carica. Evidentemente in Florida non ci si era preparati abbastanza bene.
Il Lockout ha colpito tutti: giocatori, dirigenti, addetti ai lavori, appassionati. Ha colpito il sottoscritto, facendomi cadere in una sorta di depressione cestistica, che mi permetteva a stento di parlare di NBA senza che questo mi suscitasse nervosismo, tristezza e giramento di attributi.
Ma adesso tutto questo è finito, e Babbo Natale porterà a tutti noi il regalo più atteso -e a tratti insperato- .
Siamo pur sempre su un blog “a tema”, quindi è giusto parlare della franchigia della Città del Vento.
Ci eravamo lasciati con un need clamoroso nel ruolo di SG, tormentone che è andato avanti per più tempo di Obsesion degli Aventura (sigh). Alla fine pare che il buon Keith Bogans ci lascerà, e che al suo posto arriverà Rip Hamilton. La maggior parte degli opinionisti condivide l’idea che Rip sia una grande acquisizione per i Bulls, nonostante non sia il tiratore da 3 mortifero che tanto si andava cercando. La squadra, Derrick Rose e Deng in primis, è contenta dell’acquisizione e questo è sicuramente un passo avanti nell’inserimento del giocatore nel gruppo.
Richard porta alla squadra esperienza, qualità in attacco e anche la giusta cattiveria agonistica da usare su due lati del campo quando si giocheranno i minuti che contano.

Tassello mancante?
A mio parere si integrerà perfettamente nel sistema offensivo di Tom Thibodeau, e non sono così convinto che un midrange shooter di lusso come lui possa essere “peggio” di un tiratore da 3 per gli equilibri della squadra.
Probabile che gli schemi per lui siano gli stessi che l’anno scorso hanno fatto la fortuna di Deng e che avrebbero dovuto fare lo stesso con Korver.
Da amante dei Pistons del titolo e delle Finals con San Antonio, grandissima presa dei Bulls e jersey di Rip seconda nella mia lista desideri. La prima non può che essere quella di Brandon Roy, ma questa è un’altra -tristissima- storia.
E siccome non siamo mai contenti, ecco che subito salta fuori una nuova preoccupazione: la qualità della panchina.
Personalmente sono scettico riguardo l’ipotesi di Brewer nello starting five, con Rip delegato a sesto uomo e a giocare i minuti che contano. Potrebbe anche essere una soluzione valida, ma non credo che Hamilton voglia partire dal pino.
Gibson e Asik sono due certezze difesive, ma ancora non valgono un top team per qualità offensive e questo, anche in una squadra di Thibodeau, ha il suo peso.
Watson a me non piace, ma per ora pare saldo nel suo ruolo di vice-Rose e se limiterà le forzature non è detto che non possa fare un ottimo lavoro.
Scalabrine è là più che mai per fare il veterano di turno, soprattutto dopo la firma di Kurt Thomas con i Trail Blazers.
Potrebbe farsi largo il Rookie Jimmy Butler, diventato in pochi giorni di Training Camp idolo dei tifosi e apprezzatissimo dai compagni per dedizione e umiltà. Sempre l’ultimo a lasciare la palestra, e in un gruppo composto da grandi lavoratori come Rose, Noah, Deng e compagnia è una cosa veramente da non sottovalutare.
Non conosco bene il giocatore, quindi ho assillato di domande l’ottimo Davide Bortoluzzi di Draftology, che mi ha rassicurato circa la solidità del giocatore, precisando che c’è ancora da lavorare al tiro.
In definitiva Jimmy Butler dovrebbe poter svolgere alla grande il ruolo di panchinaro, ma non è nemmeno lui la SG che apre il campo tanto sospirata.
Intanto il Training Camp prosegue, a breve inizierà la PreSeason e il gruppo appare più affiatato che mai e desideroso di riconfermare l’ottima stagione dell’anno scorso.
La strada verso il settimo anello riparte, Go Bulls!
P.S. Per chi avesse seguito la mia comparsata su Comic Radio, ora posso dirlo con certezza: è “.com”, non “.it”!
A caldo è difficile analizzare una sconfitta, lo è per un esterno, figurarsi per un tifoso.
I Miami Heat sono in finale, mentre i Chicago Bulls sono a pescare, come si dice in gergo. Una sconfitta tutto sommato aspettata, pronosticata anche su queste pagine, ma che lascia comunque l’amaro in bocca.
Stop living in tha past
Si è sbagliato, forse perchè stanchi, forse perchè inesperti, forse per entrambe le cose. Ma si è sbagliato.
Gli errori sono arrivati da Tom Thibodeau, tanto esaltato per tutta la stagione e perfino rimpianto dai suoi Celtics a tratti, ma che in questa serie non è riuscito a trovare la vera chiave di volta per far crollare gli Heat. Si è battezzato Bosh, lasciandogli mettere a referto 23 punti di media con il 60% dal campo, decisamente troppo, anche nel caso fosse stata una scelta voluta.
Si è caduti nell’errore di lasciare, nei momenti decisivi, in single coverage LeBron, venendo puniti proprio come punivamo ai tempi di Jordan contro Sloan.
E ha cavalcato troppo poco Kurt Thomas, che a mio modo di vedere sarebbe risultato ben più utile di un acerbissimo Asik, per quanto bene io possa volere al turco.
Deludente, ma non è una novità, è stata il secondo quintetto. Quello con i quattro panchinari affiancati a capitan Deng, ingrado di produrre in tutta la serie 60 punti, troppo pochi anche per una squadra che punt sulla difesa, soprattutto troppo pochi per una squadra che ha un unico fuoriclasse in campo.
Criticabile, ma perdonabile, il nostro MVP. Arrivato sulle ginocchia a questa serie, di certo non aiutato dall’ostica difesa della Florida, non ha mai preso veramente ritmo. Ha provato a prenderselo quel ritmo, sparando quelle due schiacciate impressionanti in gara 4, ma ha sbagliato spesso scelte e non è mai risultato decisivo nei finali.
E’ pur sempre un ragazzo del 1988, forse chiedevamo davvero troppo, per quanto il 35% dal campo sia forse un pò poco.
Imperdonabile la nostra Frontline, eccezion fatta per Taj Gibson, non tanto per i soliti discorsi su Boozer, quanto per il fatto che si doveva dominare a rimbalzo per avere una chance in questa serie, e non lo si è fatto come si doveva. Noah quando deve difendere sui 4 avversari poi paga sempre dazio in energia, ce ne si è accorti più del dovuto.
Bravi, bravissimi loro, noi un pò meno bravi.
Ci sarà tempo per fare analisi tecniche e tattiche, per esaminare più a fondo le situazioni e coglierne i dettagli e le sfumature, ora c’è solo un pò di delusione, diluita in un bicchiere di speranza e ottimismo, perchè Chicago se non altro, è tornata sulla cartina geografica del Basket che conta.
Ma per tornare sugli Albi, bisogna ancora aspettare.
Atlanta contro Chicago era dipinta da tanti come la serie più strana e imprevedibile di tutto il secondo turno. Avevano ragione.
Ci son volute sei gare, con l’exploit definitivo avvenuto proprio in Gara 6, fuori casa.
Partiamo dalle due persone che hanno già un premio in bacheca per quanto riguarda questa stagione, i corrispettivi cestistici dei disneyani Archimede e Paperinik: Tom Thibodeau e Derrick Rose.
Il primo ha vinto il riconoscimento del Coach dell’anno, e tutto sommato per quanto visto in Regular Season è un premio più che meritato. Ai Playoff però la sua filosofia di gioco è stata vista solamente a sprazzi, e se contro Indiana poteva bastare, data la superiorità dell’organico, contro Atlanta c’è stato il rischio che non bastasse.
L’impressione è che Thibodeau abbia deciso di farsi battere da Teague, pur di evitare di far entrare in ritmo i mortiferi Crawford e Johnson.
Ma una domanda mi sorge spontanea, è stata una strategia o una necessità? Perchè il mio parere è che Rose non fosse in grado comunque di tenere Teague, e lo si evinceva in parte anche in stagione regolare. Del resto, se Rose dall’altra parte deve prendersi venti, venticinque o addirittura trenta tiri, come si può pretendere che risulti un fattore anche in difesa?
A mio modo di vedere Thibodeau è rimasto spiazzato, e in un certo senso fregato, da una persona: Carlos Boozer. Mettiamo anche il caso che il coach avesse previsto un suo calo di rendimento (passare da un 51% in RS ad un 42% è una brutta roba), a mio parere non aveva minimamente calcolato che Boozer sarebbe calato proprio come presenza in campo.
Carlos ha impressionanti lacune difensive, che nelle partite di Regular Season venivano limate dal resto del sistema. Ma ai Playoff gli altri attaccano con più cattiveria e se l’allenatore obbliga a difendere, ad essere intenso e non lo si sa fare, cosa succede? Si commette fallo.
Facendo fallo il minutaggio di Boozer non è diminuito tantissimo, ma si è spezzettato in maniera evidentissima, mandandolo fuori ritmo più di quanto non fosse di suo e costringendo l’allenatore ad escluderlo spesso dall’attacco. Il numero 5 dei Bulls prima prendeva parte al 30% degli attacchi, adesso a stento supera il 20%. Un pò poco per quella che è la prima opzione offensiva tra i lunghi. Ed è da questi dati che gira il rendimento di Rose.
La vittoria più decisiva e convincente della serie è arrivata quando Boozer ha sfoderato il ventello, permettendo a Rose di prendere molti meno tiri, evitando che la difesa potesse concentrarsi solo su di lui.
Ma parliamo degli Hawks, che nonostante al sottoscritto non piacciano per niente, si sono dimostrati una squadra estremamente duttile, in grado di far canestro in qualunque maniera e col talento di adattarsi a quello che la difesa propone.
Orlando li sfidava di più dal perimetro, complice la presenza di Howard, e loro tiravano e segnavano da 3. Chicago ha evitato di farli entrare in ritmo da fuori, e loro hanno diminuito il loro numero di tentativi da oltre l’arco senza intaccare il loro rendimento offensivo.
Crawford e Johnson sono due attaccanti magnifici, in grado di segnare tanto e anche quando i loro tiri sono contestati, Horford è un giocatore meraviglioso, che se davvero trovasse la sua anima gemella a affiancarlo sotto canestro sposterebbe anche più di adesso, Josh Smith ha dimostrato in Gara 4 di poter mettere su statistiche lebronesche quando è in serata di grazia. Alla fine però il loro modo di attaccare, ai limiti dell’inguardabile, non è bastato a conquistare una Conference Finals.
E da tifoso e appassionato aggiungerei: meno male.
I Bulls approdano quindi, dopo un’assenza di 13 anni, alle Eastern Conference Finals, e ad attenderli ci saranno i tanto discussi Miami Heat. James e Wade si sono appena sbarazzati, in 5 gare, dei Boston Celtics, distruggendo le -per molti ultime- speranze di rivincere un anello di Garnett, Allen e Pierce.
La serie che si era così aperta, si è chiusa con il miglior LeBron James di sempre, anche in versione primo violino. Confesso di essere da sempre un sostenitore dell’ex 23, e di ritenerlo da diversi anni a questa parte il miglior giocatore di basket odierno, individualmente parlando.
Cosa mancava a questo LeBron? Una evoluzione mentale, che sta piano piano avvenendo e che potrebbe davvero consacrarlo nell’Olimpo di questo gioco.
Arriviamo alla serie che aspetta i Bulls, partendo da un mantra: dimenticarelo sweep della Regular Season. E vale per entrambe le squadra.
I Bulls potrebbero cullarsi sul fatto di aver già dimostrato di essere superiori agli avversari in tutte e 3 le occasioni precedenti, mentre gli avversari potrebbero cascare nel tranello di credere gli avversari un accoppiamento troppo sfavorevole.
Miami è cresciuta molto, probabilmente più di quanto ci si aspettasse, rispetto alla Regular Season, e viene indicata come favorita assoluta per l’anello, ora che Celtics e Lakers sono a casa.
I Bulls partono avvantaggiatissimi sotto canestro, avendo una Frontline nettamente più forte sulla carta, forti del gruppo formato da Noah, Boozer, Gibson, Asik e Thomas.
Boston ha perso la decisivissima gara 3 proprio perchè ha concesso il dominio dei tabelloni agli uomini della Florida, segnando la bellezza di zero punti da seconda occasione.
Deng dovrà occuparsi per larghi tratti di LeBron James, il che potrebbe influenzarne il rendimento offensivo per gran parte delle partite. Se il capitano dei Bulls riesce a coadiuvare un’ottima difesa -che resta la priorità- ad una buona efficienza nell’altra metà campo, le possibilità di portare a casa la serie salgono notevolmente per Chicago.
Mai avrei pensato di dirlo, ma uno degli uomini più pericolosi per il nostro attacco sarà Joel Anthony. Tutti i quintetti che rendono di più per i Miami Heat, statisticamente parlando, hanno nello spot di centro il citato Anthony. Casualità? Non credo.
Su Wade il buon Thibodeau schiererà Bogans, ottimo in questi Playoff, a dispetto di una Regular Season spesso sotto il par. Non è da escludere minimamente che TT e il suo staff decida di concentrarsi interamente solo su uno tra LeBron e Dwayne, anche esponendosi a cifre stratosferiche dell’altro.

Il Prescelto al suo apice
Per quanto riguarda Rose, probabile che Spoelstra gli metta addosso una sua vecchia conoscenza, ovvero Mario Chalmers, che appare come il più adatto del Roster, per provare a limitare l’MVP della lega.
Qualcuno azzarda Wade su Rose, ma sono dell’opinione che se lo vedremo, sarà solamente per pochi e decisivi possessi, perché contro una difesa come quella di Chicago è essenziale che il numero 3 preservi le energie, che ievitabilmente spenderebbe in single coverage contro Derrick.
E dulcis in fundo, Boozer e Bosh.
Entrambi due grossi punti interrogativi, Boozer più dell’altro. Ed è parere comune che a decidere la serie sarà proprio il vincitore di questo duello.
Pronostico: Se ci ragiono sopra, mi pare inevitabile dare i Miami Heat vincenti in 6 partite, soprattutto perchè contro Boston si è visto il miglior LeBron di sempre. Poi sopravviene il cuore, che mi dice che i Bulls andranno alle Finals, ma questa è un’altra storia.